Una vita dedicata all’Arte

Marco Pascalis, pittore e corniciaio è nato a San Gavino, il 3 luglio 1953. Nel 1973 ha conseguito il diploma di maestro d’Arte e in seguito, nel 1975, la maturità d’Arte applicata “sezione legno” all’Istituto d’arte di Oristano.
Dal 1972 espone le sue opere in Italia e all’estero ma soprattutto nel suo paese natio. I suoi quadri sono stati esposti in numerose mostre in tutta Italia.
Oggi fa parte del Gruppo artistico Sangavinese, gruppo culturale è nato nel 1981 con lo scopo di diffondere gli stili e le tecniche degli artisti contemporanei attraverso l’esposizione periodica delle opere. Marco Pascalis ci accoglie nel suo studio in via Trento, alle pareti sono appese alcune delle sue opere racchiuse nelle bellissime cornici che lui stesso crea. Ciò che colpisce a primo impatto è la gamma di colori prevalenti: nero, grigio, sabbia, verde oliva. La sua pittura si basa soprattutto sulla tecnica della china, combinando i vari colori con l’acqua che funge da “medium” e mantenendo come base la grafica, che è la struttura sulla quale si reggono tutte le sue opere. Ci soffermiamo su una natura morta (Natura morta con segni di vita) e lui subito ci dà la sua spiegazione: «Il termine di surrealismo forse è quello che si avvicina di più al mio genere di pittura, io esprimo i sentimenti attraverso i vari oggetti che compongono il dipinto.
Li altero e li rendo di nuovo vitali, rendo loro una vita che gli era stata tolta. La natura morta è una cosa molto personale, sei tu che devi decidere quali oggetti usare, come metterli, la dimensione, il colore, osservare la luminosità, le ombre, le penombre, creare un equilibrio tra loro. Negli ultimi anni stanno nascendo delle mie umanizzazioni attraverso una lumaca con un dito, che ormai caratterizza i miei lavori. Il dito rappresenta la vita, che cresce e che dà vita ad altri elementi; è come la natura in evoluzione, oggi l’uomo invece sta facendo di tutto per distruggerla. Prendo sempre spunto dalla natura. Oggi che essa viene bistrattata in tutti i modi, io nei miei lavori cerco di darle sempre l’ultima possibilità».

Il lavoro dell’artista ha quindi un risvolto sociale?

Per quanto mi riguarda sì. Un artista o è un grande copiatore, un grande «copista» delle opere dei famosi del passato e quindi il suo lavoro lo svolge esclusivamente per commercio, oppure ci sono i veri artisti, i creativi.

Nei miei quadri oggi ci sono i ricordi del passato che sono importanti per costruire il futuro. Cerco di fare da tramite per i giovani che vivono in un mondo dove rendra la tecnologia e non conoscono quasi nulla del passato, se non attraverso mostre e musei. Immaginare e conoscere la vita di chi li ha preceduti, li rende più consapevoli del loro futuro.

A quanti anni ha iniziato a fare i primi lavori?
Avevo 14 anni. Già alle scuole medie avevo iniziato qualcosa.
Poi decise di iscriversi all’Istituto d’arte.
Sì, ho fatto l’impossibile. I miei genitori per vari motivi non potevano mandarmi e quindi dopo qualche anno rispetto agli altri miei coetanei sono riuscito a procurarmi i soldi per poter frequentare. Mi sono iscritto con tanta buona volontà e voglia d’imparare, per poter conoscere tutte quelle regole che da dilettante ignoravo.
Quando ha esposto le sue opere per la prima volta?
Nel 1972, nel saloncino del Convento in occasione della festa di Sant’Antonio. Un anno prima avevo conosciuto padre Ambrogio Fozzi, lui aveva un forno per le ceramiche, è stata una bellissima esperienza collaborare con lui.
Quali sono le tecniche che utilizza?
La tecnica principale è la china. Per poterla utilizzare ho imparato a conoscere i vari tipi di carta. Per mancanza di tempo ho abbandonato la tecnica dell’olio e ho prediletto i lavori da svolgere con l’acqua invece che con i vari diluenti per poter utilizzare anche le tempere e i carboncini.

Cosa prova quando si separa da una sua opera in seguito a una vendita?

Sono contento da un lato e triste dall’altro. Però è come se vedessi andare via un figlio e dentro di me dico che tanto sono sempre io suo padre, quindi un po’ mi consolo!

Lei fa parte del “Gruppo artistico sangavinese”, perché è nato questo gruppo?

Ci siamo costituiti nel 1981 come gruppo culturale. Lo scopo è quello di divulgare l’arte, la pittura, la scultura e la grafica. A San Gavino abbiamo esposto in diversi luoghi ma il nostro problema fondamentale è quello di non avere uno spazio fisso per poter esporre le nostre opere. Come abbiamo già detto in occasione della mostra inaugurata alla festa del Pd, avere una sede fissa è fondamentale per il confronto e la crescita dei giovani.
Prima di andar via ci mostra la sua ultima opera, “Il riposo del mendicante”, un ritratto di un anziano signore colpito da cecità che il pittore ha riprodotto come se fosse un mendicante; alle spalle dell’uomo ci sono delle crepe sui muri, segno di un’apertura verso il futuro. Nel dipinto sono presenti anche dei funghi, grande passione del pittore.

Monica Ibba